Forse ci siamo. Forse l’odissea di oltre diecimila rustici ticinesi – in teoria riattabili, in pratica fermi al palo – potrebbe sbloccarsi se l’ultima versione del Piano di utilizzazione cantonale dei paesaggi con edifici e impianti protetti (Puc-Peip bis) approvata giovedì dal Gran Consiglio dovesse soddisfare l’autorità federale, nonostante i cambiamenti apportati dal legislativo. Si tratterebbe comunque di un approdo non ancora definitivo (restano pure sempre la questione delle zone rosse, i numerosi ricorsi da evadere e il nodo sugli abusi commessi nel passato) che dovrebbe comunque sbloccare una situazione di stallo frutto di due modi di concepire il territorio, di due culture e due mondi.
Da un lato c’è Berna a ricordare che, se una zona non è edificabile, di regola, non andrebbe edificata. A meno che non vi siano eccezioni (in questo caso sarebbe la necessità di preservare un paesaggio tipico).

Dall’altra vi è un Cantone che, come avevafatto in una primissima bozza di legge settoriale, tende a interpretare tutto il territorio come paesaggio tipico, dunque degno di protezione.  Ergo: tutti gli edifici fuori zona sarebbero potenzialmente ristrutturabili.

Proprio su questa dicotomia si insinua il malinteso di fondo che da decenni divide Confederazione e Ticino. Diciamolo una volta fuori dai denti, consci di tutti gli errori di  approssimazione che un’affermazione generica può comportare: in realtà da noi si ristruttura la stalla dell’avo non tanto per conservare un territorio caratteristico, bello da vedere e da godere, quanto perché quel fazzoletto di terreno è un pezzo di vita. E lo si ama.

Lo si ama di quell’amore d’infanzia maturato guardando chi – poco meno di due generazioni fa – lo utilizzava davvero per scopi rurali. Ritornarci oggi è uno di quei salti nel passato che fanno bene all’anima, un ringiovanire a cui si vorrebbe dare casa (secondaria, se possibile). Trasformare la stalla in disuso in un rustico da visitare di tanto in tanto o in cui passare buona parte delle vacanze è il passo successivo più naturale. La salvaguardia del territorio, prima preoccupazione del turista che vuole ritrovare un Ticino il più possibile bello da
vedere, nell’ottica del ticinese viene in seconda posizione, a traino.

Una differenza di vedute ben evidente anche nei quasi 250 ricorsi inoltrati al Tribunale cantonale amministrativo contro la prima versione del Puc-Peip, approvata nel 2010 dal parlamento. Da un lato l’Ufficio federale della pianificazione territoriale a contestare l’assenza di un obbligo, per i proprietari, di conservare il paesaggio attorno al rustico. Dall’altra i reclami provenienti dai Comuni, Patriziati e privati che protestano per l’esclusione di uno o più edifici dalle zone “degne di protezione”. Già: al cuor non si comanda, e per chi rimane
fuori dai perimetri del Puc-Peip il colpo affettivo (ed economico!) è forte.

Purtroppo però le leggi non sono fatte di sentimenti e per questo bisogna essere pronti a ragionare con la testa e non solo con il cuore. Se una norma c’è, allora va rispettata;
se non va bene, va cambiata. “Tertium non datur”, dicevano i latini. “O isci, o nòta”, farebbe da controcanto il nonno. Alla Legge sulla pianificazione del territorio del 1980 in Ticino invece si è scelto di girare in giro, con quel fare un po’ naïf e un po’ da “a casa mia faccio quello che voglio io” che in genere non porta da nessuna parte.

Certo, qualche tentativo di mettere a posto le cose lo si è fatto, ma intanto per trent’anni si è imboccata la terza via, a cavallo dell’illegalità con il beneplacito del Cantone (che non ha mai elaborato fino in fondo una base legale per concedere licenze) e della Confederazione (che faceva finta di nulla). Finché, nel 2009, Berna ha detto basta, passando da un estremo all’altro e smettendo di fidarsi delle rassicurazioni di Bellinzona sull’imminenza del varo di una legge ad hoc per risolvere la situazione.

Da allora sui monti ticinesi non si è più battuto chiodo, dando il via all’impasse che – si spera – sta per chiudersi. Eppure lo stallo andava evitato già anni fa. Come? Forse parlando di più con la Confederazione. Perché sarà anche vero che, come sosteneva Blaise Pascal, “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, ma tentare di spiegarle è sempre un buon esercizio. Anche se l’interlocutore, sul tema, pensa con la testa e non con il cuore.

Commento pubblicato su laRegioneTicino del 30 giugno 2012.

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