La giberna. Come si smonta? Ora, per chi non è avvezzo al grigioverde, nell’esercito svizzero la giberna è una cintura sorretta da due bretelle a cui sono attaccate almeno quattro tasche di plastica. Viene normalmente utilizzata per riporci borraccia, maschera antigas e caricatori di fucile, ma più ci si allontana nel tempo dalla scuola reclute, più le tasche finiscono per popolarsi di spuntini e scaldamani.

Il pacchettame è tenuto assieme da un groviglio di lacci e laccetti che hai teso appena entrato nell’esercito seguendo le direttive del tenente a cui la cintura non sembrava mai abbastanza diritta e le bretelle sempre un po’ troppo storte. Da allora l’ordinatissima matassa non è più stata toccata, salvo forse per allargarla in vita. Difficile dunque sapere da dove partire quando il giorno del proscioglimento ti chiedono di presentare i pezzi così come ti erano stati consegnati: separati l’uno dall’altro.

Con i ‘panni’ si consegna anche un pezzo di vita

La giberna. Come si smonta? Ora, per chi non è avvezzo al grigioverde, nell’esercito svizzero la giberna è una cintura sorretta da due bretelle a cui sono attaccate almeno quattro tasche di plastica. Viene normalmente utilizzata per riporci borraccia, maschera antigas e caricatori di fucile, ma più ci si allontana nel tempo dalla scuola reclute, più le tasche finiscono per popolarsi di spuntini e scaldamani. Il pacchettame è tenuto assieme da un groviglio di lacci e laccetti che hai teso appena entrato nell’esercito seguendo le direttive del tenente a cui la cintura non sembrava mai abbastanza diritta e le bretelle sempre un po’ troppo storte. Da allora l’ordinatissima matassa non è più stata toccata, salvo forse per allargarla in vita. Difficile dunque sapere da dove partire quando il giorno del proscioglimento ti chiedono di presentare i pezzi così come ti erano stati consegnati: separati l’uno dall’altro.

Per finire ci impieghi solo qualche minuto. E mentre lotti con il fermo di un laccio, la mente ripercorre i dieci anni e oltre di servizio: i volti dei camerati,  le notti insonni passate a fare la guardia e quelle passate sdraiato al terzo livello dei letti a castello di qualche bunker (altre notti insonni). L’arrabbiatura per via delle punizioni delle prime settimane, i bei momenti e gli aneddoti divertenti. Di quelli ce ne sono tanti. Ti chiedi come si facesse a smontare il fucile in un minuto e come fosse possibile andare a letto alle due di mattina per svegliarsi alle cinque e mezza avendo ancora energia da vendere. Poi i tuoi ricordi volano in un’anonima paletta di legno, dove i pezzi del proprio armamento si uniscono a quelli degli altri. È un personale passaggio d’epoca, scandito dal rito di ridare il grigioverde alla Confederazione. È un sentirsi un po’ più vecchi…

Lunedì 14 novembre: primo giorno dei tre e mezzo di proscioglimento previsti per il 2011. Quest’anno ridanno “i panni” 600 militi delle classi dal ’77 all’81 (più sottufficiali, ufficiali e specialisti dal ’61). Ti guardi in giro e vedi riprodotti lì i mille stili con cui per anni hai visto i tuoi camerati affrontare i corsi di ripetizione: c’è chi si presenta con tutto il materiale in uno scatolone di cartone mal messo, estrae i vari articoli un po’ alla rinfusa ma tutto sommato ben piegati. C’è chi arriva con una cesta nuova di zecca, gli abiti puliti e ben riposti e gli accessori ordinati e perfettamente tenuti. C’è chi estrae gamelle rotte e panni aggrovigliati dal sacco di servizio dove erano rimasti nascosti dall’ultimo corso di ripetizione, quattro anni prima. E ci si potrebbe aspettare che la tenuta mimetica si metta a parlare rivelando ai presenti di non vedere il sapone da dieci anni.

Finita due lustri fa l’era del proscioglimento in divisa, con la fanfara e i ringraziamenti del consigliere di Stato, ai tempi dell’esercito XXI il rito ha perso la sua solennità: si svolge attraverso un percorso tortuoso (ma ordinato) di tavoli dietro i quali fa bella mostra un esempio dell’articolo che lì va depositato. A guidare il serpentone di gente che di ora in ora affolla la sala del Centro logistico ci sono alcuni addetti e una quindicina di militi in servizio. Salutano. Si chiacchiera in attesa che chi è in coda prima di te abbia terminato di cercare il filtro della maschera nello zaino. «Ho fatto un po’ di posto in armadio», dice qualcuno. «Il peggio è stato questa mattina riuscire a trovare tutto», gli fa eco qualcun’altro. «In fondo però non era così male», aggiunge un terzo.

Resta ancora l’arma personale. A certe condizioni si potrebbe tenere. «Rivendica la proprietà dell’arma?» è la domanda standard dell’addetto. «No, grazie» sembra essere la risposta più gettonata.

L’ultimo percorso “di guerra” della tua vita finisce sette minuti più tardi in un localino lì a fianco. «Caffè?». «Perché no?». Molti si fermano, ma giusto il tempo di un biscotto e un espresso. Poi via: «Devo andare a lavorare». E ti viene in mente la frase del responsabile del materiale: «Oggi tutti hanno sempre fretta». Alzi gli occhi dalla tazza fumante e butti uno sguardo al di là della vetrata. Tra i tavoli qualcuno armeggia con lacci e laccetti. Sta smontando la giberna.

[Articolo pubblicato originariamente su laRegioneTicino il 15 novembre 2011 con titolo:”Il giorno dell’addio alle armi. Tra i seicento militi ticinesi che questa settimana al Ceneri saranno prosciolti dall’obbligo”. Copyright (c) laRegioneTicino, Tutti i diritti riservati. L’articolo è stato leggermente ritoccato rispetto a quanto pubblicato]

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