Due anni fa, proprio oggi, partivo per Mumbai, pronto a infilarmi in uno degli slum della città al seguito di chi lì cerca di salvare i bimbi dalla strada. Ecco la prima parte della storia, così come pubblicata il 10 marzo 2010 dalla RegioneTicino. Il materiale è protetto da copyright.

Ci sono posti in cui i bambini nascono, ma non esistono. Niente nome, niente famiglia, niente soldi. Alcuni, un nome, non l’hanno mai ricevuto, molti non se lo ricordano più. Sono orfani, a volte di genitori ancora vivi che li hanno picchiati, seviziati sotto l’effetto di alcol e droga prima di abbandonarli al loro destino. Passano i loro giorni fra i vagoni merci dei treni fermi nella stazione. Ogni tanto  qualche convoglio ne investe uno, ma nessuno se ne accorge davvero. Chiedono l’elemosina per strada, unico modo per vivere, per sopravvivere alla realtà fatta di solitudine, fame e colla, quella che sniffano per non sentire i morsi allo stomaco. Quando passi loro accanto e li guardi, pensi: “Questi sono esseri umani”. E ci metti il punto fermo alla fine, perché mettendoci il punto interrogativo hai quasi paura della risposta che potresti darti.

Mumbai, la mecca del cinema indiano, è uno di quei posti dove  per alcuni avere il nome è un lusso. Fino al 1995 chiamata Bombay, la città della costa occidentale dell’India conta oltre 14 milioni di abitanti: due Svizzere impacchettate in settanta chilometri quadrati. La metà di loro, forse qualcosa in più, vive in case fatte di lamiere arrugginite e tetti pericolanti che compongono gli slum, il nome che gli indiani hanno dato alle loro bidonville.

Nello slum

Dall’esterno sembrano un ammasso di lamiere arrugginite. Ma quando le si attraversa, ci si accorge che sono vere e proprie città nella città. Le strade, polverose, sono strette ai lati dalle mura delle costruzioni e sembrano rigagnoli in cui scorre umanità varia. Non si può sprecare spazio qui, perché in un fazzoletto di terra devono viverci in migliaia. Chi ci accompagna racconta che in un chilometro quadrato di terreno possono starci fino a 400 mila persone. Il che, a fare bene i calcoli, significa accatastare l’intera popolazione ticinese in una decina di campi da calcio.

A volte le strettoie creano ingorghi e  ci si deve  fermare per dare la precedenza a chi viene in senso contrario. Ad aggirarsi per le viuzze sono quasi solo le donne. Gli uomini sono tutti indaffarati nelle piccole industrie, per tentare di tirare avanti ancora qualche giorno. Al nostro passaggio una vecchietta si issa a fatica su per una scala malferma quasi quanto lei. Piazza due passi sugli scalini, poi si ferma a guardarci. Siamo intrusi. Negli occhi le si legge l’irritazione per quella invasione di campo, nella profondità delle rughe si vedono le mille difficoltà di una vita vissuta ai margini. Transitiamo accanto agli usci delle case. L’occhio si perde nel buio di un’apertura senza porta. Ad illuminare la scena solo la tremolante luce di un televisore acceso, vecchio di vent’anni, ma pur sempre un lusso che nessuno s’aspetterebbe di trovare qui. Eppure, a farci caso, quasi ogni abitazione ha un’antenna parabolica sul tetto. Inoltrandosi nel cuore della bidonville, viaggiando sempre in bilico sui canali di scolo che costeggiano le strade, il ronzio assordante dei  clacson di Mumbai lascia il posto a un silenzio inquieto. Inquieto come il cuore di un occidentale abituato a possedere qualcosa in più della sola maglietta che si indossa.

Uno scorcio dei una delle case di lamiera di Mumbai

Un bambino fa capolino da una porticina e con occhi curiosi ci scruta. Due secondi dopo alle sue spalle appare la madre. Nella sfortuna, quel bimbo è ancora un privilegiato: ha una casa, una famiglia. Molti altri suoi coetanei vivono all’aperto, senza nemmeno un’asse marcia sopra la testa. Sono i bimbi di strada. Alcuni nati e cresciuti nella metropoli, altri attirati nella città dalle province limitrofe.

Per salvarli dal loro destino serve l’intervento degli angeli. Sono gli operatori sociali che ogni giorno scendono per le vie delle bidonville, avvicinando i ragazzi, parlando loro, danno loro una possibilità. Fra questi angeli c’è Gracey John, indiana sulla quarantina, che da dodici anni si reca quotidianamente nelle zone  povere della città. Attraverso la propria presenza tenta di convincere i ragazzi a visitare lo Shelter Don Bosco, una sorta di zona protetta ricavata in un edificio, ristrutturato nel 2002 grazie alla fondazione Asha, situato nel quartiere cittadino di Wadala.

«Trattare con i ragazzi di strada non è facile perché spesso sono sotto l’influsso della droga. A volte ho paura», racconta Gracey, che si è offerta di accompagnarci in questo viaggio fra le case degli ultimi. La nostra accompagnatrice s’infila in un vicolo  che dà sulla bottega di uno dei tanti vasai che alimentano questa economia di poveri. Seduto per terra, l’uomo sembra ignorare la nostra presenza e continua a tornire un’anfora di terracotta con sconcertante facilità. L’ha appoggiata su una ruota girevole azionata solo da un bastone, che di tanto in tanto deve tirare fuori per dare nuovo slancio al tornio. «Ci sono poi dei momenti teneri e tristi, dove i ragazzi si lasciano andare. Allora raccontano dei loro genitori e di quanto vorrebbero averli di nuovo accanto a loro. Piangono di un pianto disperato perché non sanno che fare». Poco più avanti la strada si apre in una via larga e lastricata. Un autocarro ci viene incontro carico di plastica da riciclare, quella che i piccoli imprenditori degli slum raccolgono e vendono alle grandi compagnie di riciclaggio. Con più spazio per guardarsi attorno, l’occhio cade su una grande costruzione in muratura che svetta fra le case. È la moschea del quartiere, fin troppo sfarzosa per non sembrare fuori contesto.

Ci incamminiamo verso il bus per tornare allo Shelter. Prima di attraversare un fiume, Gracey  fa scendere tutti dal marciapiede e finiamo in mezzo al caotico traffico della metropoli. “È impazzita”, vien da pensare. Ma poco più avanti tutto diventa chiaro: un bimbo di cinque anni, scalzo e senza pantaloni, trotterella fino al centro del ponte, si accuccia e usa il marciapiedi come toilette. Risaliamo sul nostro mezzo di trasporto e l’autista si avvia verso Wadala. Dopo poche centinaia di metri siamo di nuovo fermi, bloccati da uno dei classici ingorghi cittadini. Accanto ai finestrini appaiono due ragazze con in braccio due neonati addormentati. Padre Barnabe D’Souza – sacerdote salesiano ideatore del concetto a cinque fasi per il recupero della strada – spiega che i bambini che portano in grembo dormono perché sono drogati. Probabilmente le (finte?) madri a fine giornata dovranno consegnare l’intero importo della questua ad un boss della criminalità organizzata. “Questi sono esseri umani”, ti ripeti.

La speranza

Allo shelter siamo accolti da un gruppo di ragazzi che stringono le mani a tutti. Il portico antistante l’edificio è pieno di indumenti lasciati al sole ad asciugare. Oltre a vivere, giocare e studiare, qui i ragazzi imparano qualche lavoretto manuale. Al terzo piano tre giovani ci mostrano come riescono a produrre con fogli di vecchi giornali delle buste per la spesa da vendere per strada o ai grandi magazzini. Alcuni bambini, dopo qualche tempo, decideranno di tornare per strada; altri invece sceglieranno di farla finita con quella vita e verranno così inviati al centro “Maria Ashina” di Lonavla, edificato nel 2005 sempre grazie al contributo della fondazione Asha.  Ed è qui, a 110 chilometri da Mumbai, che la vita di questi bimbi inizia davvero a cambiare: i ragazzi proseguono la loro formazione e, al contempo, seguono un rigido programma di disintossicazione. E ci vuole poco per capire che la fiammella della speranza ha ricominciato ad ardere in loro: basta guardarli negli occhi quando ci vedono arrivare. Grazie a questi stranieri, sembrano dirsi, potranno continuare la loro formazione e trovare un lavoro con il quale sfamare sé stessi e una futura famiglia. Lontani dall’alcol. Lontani dal rischio di consegnare i propri figli alle polverose strade di Mumbai.

Uno scorcio dello shelter Don Bosco

 

La storia di Chandan Rai, cacciato da casa a dodici anni

Chandan Rai ha diciannove anni ed è un provetto elettricista. Ha collaborato con i professionisti che hanno installato interruttori  e lampadine in tutto il nuovo centro di riabilitazione e educazione di Karjat, dove ha studiato per sei mesi la professione che vorrebbe praticare e dove ora ha diverse responsabilità verso i suoi compagni e verso la comunità.

Il diciannovenne Chandan Rai, strappato dalla strada e ora apprendista elettricista

Chandan Rai era un ragazzo di strada. «Fino a quando avevo dodici anni vivevo con i miei genitori in un villaggio fuori città – racconta appoggiato al tavolo dell’officina sorta a qualche metro dal nuovo edificio realizzato grazie ai contributi della fondazione Asha –. Poi papà e mamma mi hanno mandato a vivere con la nonna, che abitava in una bella casa spaziosa».  Chandan Rai continua a frequentare la scuola, pur non imparando né l’inglese, né la lingua ufficiale indiana, l’hindi. Parla unicamente l’idioma locale. «La scuola – ricorda – l’ho dovuta abbandonare tre anni or sono quando facevo il nono anno. L’ho lasciata perché mia nonna è morta e i miei genitori si sono trasferiti nella sua casa. Abbiamo litigato e me ne sono andato. Da allora ho lavorato come meccanico e venditore. Non avevo soldi, nessuna esperienza, ma avevo voglia di continuare a studiare. Ho cercato di mettermi in proprio per guadagnare qualcosa, ma le cose non sono andate come pensavo e ho perso anche quel poco che mi rimaneva. Ho iniziato a bere, ho lasciato la regione dove vivevo e ho preso un biglietto per Mumbai dove ho vissuto per strada sei mesi continuando a ubriacarmi e a drogarmi. Sono stato letteralmente raccolto dal marciapiede dai padri salesiani che mi hanno portato prima nello Shelter e poi al centro di disintossicazione di Lonavla. Lì ho cominciato a stare meglio e ho portato a termine la decima classe. Poi sono approdato a Karjat». Per Chandan Rai i due anni trascorsi dal primo incontro con i salesiani sono stati «due anni che mi hanno cambiato la vita. Tanto per cominciare ho imparato due lingue, l’hindi e l’inglese, senza le quali non avrei nessuna possibilità». Assieme alla fame e alla dipendenza, è passata anche la malinconia. «Quando stavo per strada avevo nostalgia di casa, dei miei genitori, di mia sorella. Ora la mia famiglia è qui. I padri ci hanno insegnato come comportarci e ci hanno incentivato a guardare al futuro in modo sereno. Tornerò a casa, prima o poi, ma ora è troppo presto; non è il momento. Quando avrò un lavoro e qualche soldo da parte, allora sì, tornerò».

 

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